E’ una malattia grave? 
La depressione può essere grave, fino a compromettere lavoro, vita familiare e sociale. La gravità dipende dal numero di sintomi, dalla loro intensità, e dall'impatto che hanno sul funzionamento di una persona. Inoltre, ha un rischio importante di suicidio. Il rischio è del 7 per cento negli uomini, e del 1 per cento nelle
donne. Perciò è una malattia importante, che non deve essere sottovalutata, specialmente quando è grave.
l'articolo non dice cose nuove, ma mi fa piacere sottolineare
questo tipo di valutazione
per la curiosità, si può leggere tutto su:
"Vorrei dirti le parole più vere, ma non oso,
per paura che tu rida. Ecco perché mento,
dicendo il contrario di quello che penso.
Rendo assurdo il mio dolore per paura
che tu faccia lo stesso."
Sono particolarmente stanca. Mi sento provata anche dalle esperienze più recenti, intendo l'allergia al farmaco, e alla mia età, non più adolescenziale, non aiuta a superare i problemi in maniera rapida.
E anche se io non so ancora se faccio parte di essere il famoso 20% che non reagisce in maniera positiva ai farmaci, so per certo
che facilmente reagisco in maniera negativa facilmente.
La recente allergia. Mi sento male solo a ripensarci!
Adesso credo invece di essere in una fase di paura soggettiva indipendente da farmaci .
La fobia è una cosa che tutti conosciamo, magli attacchi di panico sono una specie di infarto del sistema nervoso. Ecco mi sento in un'anticamera .
Ho paura degli attacchi di panico.
Mi sento come se mi stessero per accadere e non so ancora per qualche motivo....
Ho trovato nel web questolibro che suppongo interessante. Appena mi è possibile lo comprerò. E' di Franco Angeli editore.
Ovviamente finchè non ho vistoil contenuto... ma la sensazione è che sia nella direzione di ciò che volevo esprimere.
L'amore, la stima, l'affetto che possa servire come motore.
Un pò come al pescatore che gli si deve insegnare a pescare e non regalargli pesci!
Ogni volta che il mio psichiatra mi vedeva qualche anno fa, mi chiedeva se mi fossi innamorata, poi si è arreso all'evidenza. Perchè lui era convintoche se mi fossi innamorata in un amore felice e corrisposto, il mio "cervello" avrebbe ricominciato a fare il suo "brodino" normale di serotonina...
Chissà
Comunque questa è la recenzione:

In un mondo dominato dalla fretta, dalla competizione socio-economica e dalla perdita del contatto umano è alto il rischio di vivere sotto il segno della solitudine, del sospetto, della paura. E sempre più frequente si fa strada, di conseguenza, il desiderio di essere protetti e aiutati.
Ma, come bene illustra questo volume, non è sempre necessario essere psicoterapeuti, assistenti sociali o counselor per saper dare, e ricevere, sostegno e amore: a volte, una parola o uno sguardo caldo bastano per stabilire rapporti forti, di scambio solidale, che infondono la voglia di andare avanti, di vivere, e di tornare a combattere.
Ma come, quando e perché nascono, si sviluppano e si consolidano le relazioni di aiuto? Queste sono le domande a cui il volume vuole dare risposta, attraverso una ricca casistica di esempi concreti tratti dall’esperienza, la loro discussione ed un utile apparato di “esercizi” per focalizzare attitudini e atteggiamenti. Riflettendo su cosa voglia dire amare, sugli elementi – come il carisma, la sincerità o l’empatia – che intervengono in una relazione d’aiuto, e su come quest’ultima possa diventare terapeutica, gli autori indagano il rapporto helper-fruitore suggerendo al lettore come imparare ad aiutare ed ad essere aiutato. Perché “l’amore... curi”.
Carlo Lazzari, medico e psicologo, specializzato in counselling individuale, si occupa di psicologia della salute, psicoterapia e psicologia del lavoro. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali.
Maria Angela Masino, giornalista e divulgatrice scientifica, vive e lavora a Milano. Si occupa di psicologia, benessere, bellezza e costume per Elle, Grazia, Gioia.
Indice:
Cristiana Dobner, Prefazione
Il piano dell’opera
Che cosa vuol dire amare
(La coppia helper-fruitore; Lo sviluppo personale; Puoi conoscere profondamente cose o persone solo se le ami; Amare significa trasmettere gioia; Amare significa essere presenti; Amare significa infondere speranza; Amare significa trasmettere un atteggiamento fiducioso; Amare significa identificarsi; Amare significa sentirsi legati)
Che cosa è la relazione d’aiuto
(Che cosa è la relazione d’aiuto; Che cosa esprime la relazione d’aiuto; Che tipo d’amore c’è nella relazione d’aiuto; Che cosa sono le carezze; Che cosa vuole dire amare; Che cosa ti porta a scoprire le tue risorse; Che cosa puoi fare per aumentare la tua autostima; Che cosa porta gli altri ad accrescere la propria fiducia; Che cosa è la figura e lo sfondo; Che tipo di @more passa on-line; Che cosa sono i “miti” nella relazione d’aiuto; Che cosa è l’accettazione incondizionata degli altri)
Gli strumenti della relazione d’aiuto
(Come puoi riconoscere l’amore vero; Come dichiarare il tuo affetto ad altri; Come intensificare la tua relazione con gli altri; Come aumentare la tua empatia; Come evitare delusioni nella relazione; Come evitare una crisi nella relazione; Come riconoscere le crisi degli altri; Come puoi coltivare la sincerità; Come puoi acquistare più carisma; Come riconoscere le fasi della relazione d’aiuto; Come innamorarti degli altri; Come utilizzare lo humour nella relazione d’aiuto; C
ome essere spontaneo nella relazione d’aiuto)
Perché la relazione d’aiuto è terapeutica
(Un nuovo modo per considerare le relazioni di sostegno; Perché occorre amarsi per conoscersi; Perché viene prima il legame e poi l’amore; Perché lo spirito di gioco facilita il legame; Perché puoi prendere le relazioni alla leggera; Perché è meglio amare anziché essere amato; Perché ti senti più sereno solo quando ami; Perché non potresti vivere senza amare gli altri; Perché è più facile amarsi che detestarsi; Perché l'amore velocizza le relazioni; Perché l’amore libera il tempo; Perché amare riduce la solitudine)
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Una delle fonti esterne di significato è il giudizio degli altri: siamo ciò che gli altri dicono di noi. Poiché il bisogno di significato è un bisogno base che, se non soddisfatto, porta alla sofferenza e, nei casi estremi, alla morte, nel momento in cui utilizziamo il giudizio altrui per rispondere al nostro bisogno di significato, diventa per noi di vitale importanza essere giudicati in modo appropriato. Pur di essere giudicati in modo appropriato, siamo disposti a fare qualsiasi cosa: ci mascheriamo, cerchiamo di compiacere, ci comportiamo in modo falso, diventiamo attenti alle apparenze e all’immagine. Questa continua attenzione all’immagine e all’apparire ci allontana però dall’essenza di noi stessi e dalla voce del cuore. Possiamo parlare con un amico, stare in un gruppo, in una folla, e sentirci soli; gli altri vedono la nostra immagine, la nostra maschera e percepiamo che nessuno è in grado di comprenderci, di sentirci realmente.
Staccarci dal giudizio altrui è indubbiamente molto difficile; esiste però una scorciatoia che ci viene offerta dalla polarità di ogni evento: allo stesso modo in cui noi cerchiamo il giudizio altrui, noi giudichiamo gli altri. E’ facile constatare che più siamo dipendenti dal giudizio altrui e più tendiamo a giudicare gli altri; minore è il nostro bisogno di giudizio, di approvazione, e più accettiamo gli altri per quello che sono. Questa constatazione ci fa capire che, per staccarci dal giudizio altrui, possiamo operare sull’altra polarità, sulla altra faccia della medaglia, e cioè la nostra tendenza a giudicare gli altri.
L’esercizio che qui viene proposto è quello di affermare all’inizio della giornata: "oggi non esprimerò giudizi di alcun tipo" e di ricordarci questo proponimento in tutti quei momenti in cui cadiamo nella trappola del giudicare gli altri. Noterete, con vostra grande sorpresa, che se riuscite a stare qualche giorno senza giudicare gli altri, il bisogno di approvazione e di giudizio altrui diminuirà e, se protraete questo esercizio per un periodo più lungo noterete il vostro graduale distacco dal bisogno di essere giudicati favorevolmente dagli altri.
Come abbiamo detto il bisogno di giudizio altrui condiziona le persone in modo così profondo, da portarle spesso a vivere in una realtà totalmente vuota, fatta di sola apparenza, in cui l’unica cosa che conta è l’immagine: la propria bellezza, la propria intelligenza, la propria ricchezza, la propria bravura, la propria santità, la propria bontà. Questo gioco dell’immagine e dell’ipocrisia è così coercitivo da portare ad escludere chiunque non riesca a giocarlo: ci sentiamo minacciati da coloro che non sono in grado di giocare il nostro gioco dell’immagine e, senza alcuna pietà, rifiutiamo, emarginiamo o eliminiamo chi non condivide o non fa parte delle regole dettate dell’apparenza. Questo è il motivo che porta ad esempio i ricchi a frequentare solo i ricchi, gli artisti a frequentare solo gli artisti, le persone di successo a frequentare solo persone di successo, ecc. Ma questo è anche il motivo che porta a rifiutare chi soffre di salute mentale, chi è soggetto a gravi forme di handicap e chi è ai margini della società. Per questo motivo una strada particolarmente efficace ed importante che possiamo utilizzare per mettere alla prova il nostro distacco dal giudizio altrui ci viene offerta proprio da quelle persone che, per motivi di salute mentale o per gravi handicap o per il loro essere ai margini della società, non sono in grado di giocare il gioco delle maschere e dell’apparenza.
In genere la forma più grave di rifiuto e di emarginazione si osserva verso quelle persone che hanno sviluppato problemi di malattia mentale e che non sono perciò in grado di recitare neanche i più semplici ruoli che il gruppo impone. Quando una persona si ammala di depressione, quando una persona entra in uno stato di crisi, quando sviluppa una psicosi o una schizofrenia, incomincia a comportarsi così com’è, mostrando all'esterno tutta la sua sofferenza e il suo disagio. Persone di questo tipo mettono paura in quanto hanno abbandonato l’apparenza e sono scesi nell’essenza della vita. Accettare una persona malata di mente, essere in grado di viverci insieme accettandola per quello che è, obbliga a lasciare il piano delle apparenze per calarsi nel piano dell’essenza. Molte persone provano un autentico terrore al solo pensiero di rimanere da sole con una persona malata di mente; nelle famiglie in cui è presente un malato di mente si osserva in genere il disprezzo, il rifiuto e la colpevolizzazione della persona malata per tutte le sofferenze e le difficoltà che crea alla famiglia. Le persone non si rendono conto, invece, che il malato di mente offre una opportunità incredibile che, se adeguatamente valorizzata, permette di superare definitivamente il bisogno del giudizio altrui e aiuta a passare da una vita superficiale dominata dall’apparenza e dall’ipocrisia, ad una vita in cui regna la voce del cuore.
Come qualsiasi altro “problema” che la vita ci sottopone, i malati di mente possono diventare una risorsa incredibile, un’opportunità di sviluppo e di crescita. Chi vuole superare definitivamente il conflitto d’identità e raggiungere il benessere, scoprirà che una delle esperienze più formative è quella di vivere e condividere un periodo della propria vita con una o più persone malate di mente. Stare da solo con la persona malata, vivendo da vicino i contorti meccanismi della malattia, insegna non solo a scorgere il confine sottile che separa il bene e il male, ma anche a comprendere il modo in cui bene e male si confondano e uniscano tra di loro, mostrandosi come i poli opposti di una medesima realtà unitaria. Sfortunatamente, questa opportunità viene oggi sprecata e i “pazzi” vengono nascosti alla vista dei benpensanti, subendo le forme più oscene di segregazione e ghettizzazione, non di rado con la complicità di quegli stessi medici e terapeuti dai quali essi sperano di ottenere aiuto e comprensione.
Spesso capita di incontrare persone che si vantano di essere spiritualmente evolute, di aver raggiunto un livello elevato di evoluzione, ma che messe di fronte ad una persona che soffre, ad uno psicotico o ad uno schizofrenico, esprimono tutto il loro disagio, tutto il loro rifiuto e tutta la loro disapprovazione. Finché il santo, la persona che si dichiara evoluta, non è in grado di stare da solo e vivere con i reietti della società, possiamo essere sicuri che questa persona non si è ancora avvicinata al primo gradino dell’evoluzione spirituale e che il suo vantarsi di essere spiritualmente evoluto non è altro che uno dei tanti possibili espedienti che vengono utilizzati al fine di negare e fuggire la propria depressione, la propria angoscia e la propria nullità. Rifiutare, disprezzare, incolpare il malato di mente, prova che il percorso di crescita spirituale non è ancora iniziato.
L’esercizio che qui proponiamo è quindi quello di iniziare a frequentare i reietti della società. Ogni reietto, ogni barbone, ogni matto, può diventare il nostro maestro
