Imparare a vivere.....
E chi ce lo insegna?
Io non ho ancora imparato e sto perdendo le speranze di riuscire a capire qualcosa prima che sia troppo tardi.
Il mio corpo mi suggerisce, ogni giorno di più, che non ho più nè l'agilità nè la sicurezza di una volta. Cervicale, male ad un piede,le ginocchia che non promettono granchè.... insomma mi sento prossima alla rottamazione e non riesco a capacitarmi come mi sia passata la vita davanti e non l'abbia afferrata.
Mi pento. Sì, mi pento di non aver approfittato di ogni treno, aereo, elicottero passato vicino a me. Ma il fatto è che, concretamente, non mi sono mai accorta che ci fossero treni, ed altri mezzi di mobilità verso un altro mondo.
Ed adesso sono qui con tutte le mie perplessità e.... tutti gli acciacchi!


Ho dentro qualcosa che non so esprimere, qualcosa che non ho mai liberato e che vorrei imparare a sciogliere. Spesso mi sorprendo a pensarlo, soprattutto quando rifletto sulle mie capacità pittoriche che sento frenate da un peso di cui non so nulla.
E quando ci penso mi assale una specie di angoscia e così, invece di risolvere, tendo a rimuovere ed a evitare di dipingere. Sono molto severa e molto autocritica soprattutto quando si tratta delle mie creazioni e così mi ritrovo a non cominciare neppure perchè mi sento imperfetta ed irrisolta.
Come si fa a lasciarsi scorrere....?
*
*P.S. Non sono opere mie..

E invece, oggi, la mia forza immaginifica mi si ritorce contro. Mi sento "diversa" in modo negativo.
Mio figlio, che trovo estremamente positivo sia come carattere sia per come imposta e vede la vita, ha di contro di essere, rispetto a me, estremamente razionale. Ed io, per differenza, mi sento carente di spessore.
La sensazione di non riuscire a gestire niente mi pervade.
E vorrei essere più vincente per dimostrare che anche il mio mondo "fantastico" ha un suo valore.
Ma purtroppo so che non è dimostrabile e mi deprimo.

Eppure non è accaduto niente, anzi tutto liscio come l'olio... ma il desiderio di essere come non sono è qui e non mi lascia.
... agire, concludere. Sono verbi per me molto difficili da coniugare nel concreto della giornata. L'idea che una cosa possa non essere conclusa per mancanza di energia, di materiale o di tempo mi frena subito all'inizio del pensato.

La mia mania di perfezione mi castra in partenza.
E così molte cose sono trascurate, alcune abbandonate, altre ignorate.
Ad esempio: vorrei tingere le pareti di casa, ma dopo la fotografia fatta sul pavimento qualche tempo fa, dove il mio naso ha riportato delle gravi conseguenze, sono più insicura e perplessa rispetto alle mie capacità "acrobatiche" sull'eventuale scala con il pennello in mano. Insomma la paura comanda.
Le giornate scorrono rapide e i propositi si eclissano mano mano.
Mi sento in colpa per questo perchè non riesco ad attribuire a ciò una motivazione concreta, valida.

L'invidia è anzitutto un sentimento doloroso, che si impone spesso contro la propria volontà e del quale è difficile liberarsi attraverso riflessioni di tipo razionale. L'invidia comporta infatti sentimenti negativi, che sfiorano il rancore, l'odio, l'ostilità verso chi possiede qualcosa che l'invidioso non ha. L'invidia agisce allora come un meccanismo di difesa, come un tentativo di recuperare la fiducia e la stima di sé stessi, attraverso la svalutazione di chi ha di più: in termini di fortuna, di successi personali, di possibilità economiche ecc.
.....
Il sentimento dell'invidia è sempre stato condannato dalla società, tanto che essa è considerata, dal punto di vista morale, un 'vizio'. L'invidioso infatti ha il 'vizio' di svalutare le persone che percepisce come 'migliori' di sé e spesso non si limita al pensiero o alle fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma cerca di danneggiare oggettivamente l'invidiato, ostacolandolo in ogni suo progetto o iniziativa. Egli infatti è 'colpevole', agli occhi dell'invidioso, per essere apprezzato e stimato dalla società più del dovuto, e comunque più di quello che l'invidioso desidererebbe, anche in confronto a sé stesso. La consapevolezza che il soggetto odiato a causa dell'invidia non nutra alcun sentimento negativo nei confronti dell'invidioso non migliora in quest'ultimo il rancore e l'ostilità provata. Quasi nessuno ammette di essere invidioso. Pochissime persone ne parlano apertamente, perché svelare questo sentimento è come rivelare al mondo la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi, cosa che non fa piacere a nessuno, nemmeno a chi tende ad autodenigrarsi o a svalorizzarsi continuamente. Per questo motivo è più frequente osservare e analizzare l'invidia negli altri, piuttosto che nei propri pensieri e comportamenti.
Esistono poi due tipi di invidia : quella buona e quella cattiva. L'invidia buona rappresenta comunque un sentimento doloroso, lacerante, che si prova nel vedere qualcun altro riuscire dove e come noi vorremmo per noi stessi, ma in questo caso non si provano sentimenti negativi di odio e rancore per l'invidiato, non si cerca di ostacolarlo, o di togliergli ciò che possiede o ha ricevuto in premio. L'invidia 'buona' corrisponde all'emulazione: un desiderio profondo di arrivare allo stesso livello dell'altro, anziché abbandonarsi allo scoramento o alla maldicenza e alla denigrazione dell'altro più fortunato. L'invidia positiva è dunque uno stimolo, una motivazione verso l'automiglioramento: colmando le proprie lacune e valorizzando i propri punti di forza, si cerca di somigliare sempre di più al modello vincente rappresentato dall'altro. Nella cultura americana questi comportamenti di emulazione, di invidia positiva, sono perfettamente accettati e vi è anzi una incitazione esplicita ad identificarsi con il vincitore. Ciò non accade nelle culture latine, dove invece chi è più bravo o ha più fortuna non fa che umiliare gli altri, mettendo in evidenza l'altrui insufficienza, l'altrui sfortuna, generando malumori, complessi di inferiorità e desideri di rivalsa, anche con mezzi illeciti o illegali. L'invidia 'cattiva' è infatti quella che non prevede e non auspica null'altro che il male, la sfortuna e la definitiva sconfitta dell'odiato rivale.
Psicolinea agg. Agosto 2006
http://www.psicolinea.it/g_t/Invidia.htm

In questi giorni, per motivi che di fatto hanno poca importanza, non ho preso alcune medicine che invece devo assolutamente non interrompere.
Oggi, determinata, ho rifornito l'armadietto dei medicinali e ho ricominciato a prendere ciò che devo.
Eppure sembra facile avere una cadenza per tutte le cose, ed invece, pare proprio che nella mia vita non ci sia mai una costante.
Dipende da molti fattori e non mi voglio togliere le responsabilità che mi competono, ma fondamentalmente la mia vita è tutta in salita, in modo, direi, irreversibile.
Tutto è così faticoso che anche prendere il pane, per averlo fresco, diventa un impegno gravoso.
Così, e ritorno all'argomento iniziale, per i medicinali.
Ma oggi ho dovuto risolvermi con rapidità, perchè nella mia testa si stavano producendo "stelline" e non riescivo a sentirmi al 100%. Malesseri vari da non capire bene cosa avessi: influenza? indigestione? fame?
Cose disparate e comunque poco precise.
Certo .... inquetudine!
Mio figlio mi ha prestato l'auto ed in un battibaleno ho provveduto il rifornimento e sono anche riuscita a fare un rapido raid al supermercato.
Mentre guidavo una certa sensazione di benessere, che non provavo da tempo, mi ha accompagnato.
Come diventa lieve la vita quando si può ricevere qualche facilitazione! Eppure si è trattato solo di poter sfruttare un'auto per circa mezz'ora, ma nella mia quotidianità questo prestito momentaneo, che per altri è la norma, mi è sembrato un lusso.
Così mi son messa a riflettere su quanto la vita sia diventata pesante per resposabilità di una solitudine un pò cercata, un pò forzata. E con un certo piacere (desiderio o illusione) ho pensato che forse sono ancora in tempo per trovare il modo di "inserirmi" in società. Qualcuno da incontrare e che mi possa far compagnia. Che possa aver bisogno di me. Che non mi ritenga stupida. Che mi faccia sentire importante.
Potrà essere possibilie?
Potrà la mia vita avere qualche sollievo? O devo come Atlante portare il mondo sulle spalle?

Sono in ansia. Mi devo controllare.
Ho ricevuto una telefonata per un colloquio dove non mi promettono niente..... data la mia età e la carenza reale di situazioni lavorative, ma... ma...
La speranza io la coltivo lo stesso.
Vorrei apparire al meglio e quindi comincio ad elaborare strategie, a peparare il curricullum, a domandarmi l'utile e l'inutile e soprattutto a chiedermi come farò a far trascorrere i quasi tre giorni che devono passare prima della prossima telefonata che devo fare lunedì per formulare un appuntamento..
Ancora una volta devo fare i conti con la persona sensibile che abita in me. L'altra faccia della "Riccarda" che non sempre può sembrare che ci sia dietro il mio aspetto ironico e ciarliero.

Una sensazione di vuoto, di inutilità, di sbandamento esistenziale. Questo è il mio modo di sentire oggi.
Passerà, come al solito passerà, ma come è duro!
Non so cosa fare di me, di ciò che mi è intorno e anche se razionalmente so cosa è giusto o no, tendo a mettere da parte tutto in attesa che si sblocchi qualcosa. Una posizione di stallo che non mi fa assolutamente bene, ma che non so come scuotermi di dosso.
A dopo... quando la mia prospettiva sarà deviata su traiettorie più dinamiche!

Non so se sia il mio vero record, ma di fatto questo l'ho misurato. Sono rimasta in casa 162 ore senza uscire e senza essere malata. Semplicemente non avevo motivi per uscire.
E sono uscita proprio perchè un'urgenza mi ha costretto perchè altrimenti non ne sentivo la necessità. Nessun senso di claustrofobia, nessuna tentazione.
E la mia permanenza nella gelida e ventosa città è stata di circa mezz'ora, poi di nuovo nella cuccia della mia casa.
In un certo senso ho fatto bene ad uscire perchè ho sfatato un specie di paura che si stava facendo strada, come se là fuori ci fossero ancora i giganti del Jurassico, però non ho risolto il problema fondamentale per cui non mi va di uscire. Fondamentalmete non amo incontrare, avere la sorpesa, persone sgradite che invadono la mia vita. Conosco persone che quando le incontro cominciano a fare domande, a volermi trattenere, a sprecare giudizi ed emanare sentenze, ma nessuno a darmi veramente una mano.
Io avrei bisogno di aiuto e non di giudici o parassiti. Ma la cosa principale è che fondamentalmente io non so difendermi da queste persone.
Poi il freddo. Come detto più vlte il freddo mi a rincattucciare: mi ritiro in un bozzolo che la mia casa aspettando il disgelo.
A dir la verità aspettando un lavoro. In quel caso forse non sentirei neppure il freddo.
